Viaggio e Montagna: le Emozioni che regalano le Cime

La cima è un’altra cosa, ogni viaggiatore amante della montagna lo sa. Affrontare immensi altipiani verdi, attraversare ruscelli e torrenti, scendere per ripide discese ghiaiose verso il fondo valle sono esperienze che regalano emozioni indescrivibili, che solo provandoli si possono davvero comprendere. Ore e ore passate sulle proprie gambe regalano il tempo e lo spazio per fare chiarezza, per mettere a posto i pezzi del proprio puzzle e per rientrare nella quotidianità con rinnovata energia, nuove idee, nuovi progetti e la sensazione di aver trovato se stessi nella fatica.

La cima, però, è un’altra cosa.

Storie di alte quote e campi in fiore

Raggiungere il punto più alto di una montagna richiede una grande dose di coraggio, ma anche di fantasia e immaginazione. Solo visualizzando i panorami e i prati di cui si potrà godere una volta arrivati in cima, è possibile convincere il proprio corpo a mettersi le scarpe, preparare lo zaino e partire. Mi piacciono molto i libri e i documentari che raccontano le imprese del mio sport preferito, il trail running, perchè permettono a tutti di vivere le storie delle grandi imprese, donando la capacità di immaginare ciò che i migliori atleti ed alpinisti provano nel raggiungere certe vette. Per molti, è proprio la possibilità di rivivere le emozioni altrui il motivo scatenante di una passione che dura per molto tempo.

Pensare di correre o camminare per ore ed ore solo per raggiungere una cima non è appetibile alla nostra mente; sapere cosa ci aspetta una volta arrivati sulla vetta, avere una chiara immagine di ciò che si potrà vedere, invece, è un ottimo modo per ingannare la paura della fatica.

La cima, dopo aver letto tante storie, inizia a chiamarci e non si può fare altro che rispondere a questa chiamata e mettersi in cammino.

Un viaggio comincia con un solo passo

Partire è difficile, le prime volte. La cima si vede in lontananza e, da qui, sembra quasi impossibile da raggiungere. I cartelli che indicano il sentiero da seguire mostrano numeri inconcepibili, specialmente per i meno esperti. Quattro ore di camminata, in salita, possono spaventare e mettere in dubbio la preparazione seguita. Tante cose possono succedere in quattro ore di cammino e, questa consapevolezza, porta diverse persone a rinunciare prima ancora di partire. “Un viaggio incomincia con un solo passo” è ciò che, personalmente, cerco di ripetermi ogni volta che mi sento in difficoltà. Non si possono controllare gli eventi esterni, non si può sapere come si starà tra due o tre ore.

Ciò che si può decidere adesso, però, è di fare un passo. Uno solo. E poi un altro. E un altro ancora.

Metro dopo metro, la cima si avvicina e si cominciano a notare i dettagli che la contraddistinguono da tutte le altre. Una salita pendente, poi un falsopiano, una breve discesa che porta all’ultimo strappo prima di raggiungere il punto più alto. Qualche passaggio un po’ tecnico, magari qualche corda per aggrapparsi in modo da essere il più sicuri possibili e poi si arriverà in cima. “Un passo alla volta” ci si ripete, mentre la mente viaggia libera tra i prati della valle e gli aghi di pino che scandiscono il sentiero. Il punto più alto della montagna regala grandi emozioni ancora prima di essere raggiunto. Il viaggio prosegue, sempre un passo alla volta, fino a quando si arriva in cima.

Condividere le emozioni significa viverle più a fondo

La cima permette di regalare ai cuori solitari il conforto di un compagno fedele e, allo stesso tempo, di donare a chi si muove in gruppo la possibilità di stare con sé stessi in maniera intima e profonda. Questa doppia capacità delle vette mi ha sempre affascinato. C’è qualcosa di magico nel raggiungere il punto più alto di una montagna in completa solitudine, senza nessun altro attorno. La prima volta, lo si deve ammettere, una sensazione di disagio è impossibile da non provare. Tuttavia, con il passare del tempo, si riesce ad abituarsi a questo cocktail di emozioni e trovare una propria dimensione di tranquillità e serenità, dove l’unico compagno è il limpido cielo azzurro che prosegue interminabile per chilometri e chilometri oltre la linea dell’orizzonte. Sono momenti unici, che ogni viaggiatore della montagna porta con sé ovunque va e l’emozione che si prova nel condividerli è particolare. Si ha la consapevolezza, infatti, che solo in pochi sono in grado di comprendere davvero ciò di cui si sta parlando e, quando si incontra un’altra persona che ha vissuto le medesime esperienze, nascono delle conversazioni molto interessanti. Ci si accorge, infatti, che pur essendo stati, magari, sulla stessa cima, i racconti sono completamente differenti. C’è chi trova la pioggia, chi deve affrontare una salita esposta al sole e chi, invece, si imbatte in un camoscio che, agilmente, scappa via per un dirupo con pendenze inconcepibili per noi umani. Nel profondo, però, si forma un legame particolare e, qualche volta, possono nascere anche amicizie durature.

Vivere la cima in compagnia, invece, rappresenta un’esperienza del tutto differente. Si sale in gruppo, affrontando le difficoltà insieme, ma sempre ricordandosi che in montagna ognuno è responsabile, più che mai, delle proprie azioni e decisioni. Quando si giunge sul punto più alto, però, non è raro che ciascuno si “prenda una parte” della vetta, per godere in solitudine di quella tranquillità tanto ricercata. La condivisione delle emozioni, spesso avviene una volta arrivati a valle o durante il viaggio di ritorno, quando le gambe stanche protestano e si cercano strategie per distrarre la mente dalla fatica. Mantenere viva la conversazione è un ottimo modo per ingannare i chilometri e trovare un po’ di conforto. Normalmente, chi è più provato tende a tacere, lasciandosi trasportare dai discorsi dei propri compagni, magari intervenendo di tanto in tanto per dare il proprio contributo e donare anche agli altri, un momento di leggerezza.

Da soli o in compagnia, le alte quote fortificano lo spirito e creano dei fortissimi legami. Condividere le proprie avventure con altre persone, realmente in grado di capire ciò che si è provato, è uno dei doni più preziosi di una cima.

Non salire sulla cima per farti vedere dal mondo, ma per vedere com’è il mondo

Sono queste le parole che riecheggiano nella testa di molti appassionati delle alte quote, nei momenti prima di raggiungere la croce, simbolo presente, più o meno, nel punto più alto della montagna.

Il desiderio di mettere alla prova se stessi per ottenere l’ammirazione degli amici e dei parenti è svanita, ormai, tanti passi prima. Il momento di adrenalina che si prova alla partenza di un lungo viaggio a piedi o, come mi è più familiare, all’inizio di una gara di trail running, svanisce poco dopo i primi chilometri. Penso che sia sciocco nascondere che una buona parte della motivazione che spinge l’uomo ad andare in alta montagna, provenga dalle sensazioni che si provano quando i non addetti ai lavori chiedono, sbalorditi, informazioni sul percorso, sul tempo di percorrenza e sull’allenamento che si è dovuto svolgere, per arrivare preparati al grande giorno. Per quanto l’umiltà sia una delle caratteristiche che contraddistinguono i montanari, è facile cadere “vittima” del proprio ego e lasciarsi trasportare dagli applausi, dai “ma tu sei pazzo” e dai “chi te lo fa fare?”. La voglia di dimostrare a se stessi di essere “meglio”, di poter spingersi oltre ciò che è considerato normale è qualcosa che, credo, sia nella natura umana e, pertanto, sia impossibile da abbandonare completamente.

Tutto questo, tuttavia, svanisce nel momento in cui si raggiunge la cima. I panorami mozzafiato ti portano via e, per qualche istante, ti cullano tra il saliscendi della valle che hai appena percorso, ti fanno vedere i ruscelli e i torrenti dall’alto, ti permettono di guadagnare una prospettiva diversa, introvabile “da terra”. Come i più assidui frequentatori delle montagne sapranno, è raro rimanere sul punto più alto per tanto tempo. Spesso, infatti, tira un vento freddo che nel giro di pochi istanti fa prendere la decisione di abbandonare la cima per tornare a valle, dove il clima è mite. Questo aspetto della montagna mi ha sempre incuriosito. Si spendono ore, talvolta anche giorni, per poter arrivare il più in alto possibile e, una volta raggiunto l’obiettivo, in pochi minuti si è portati a riprendere lo stesso sentiero per rientrare alla base, come se l’impatto fisico ed emotivo (soprattutto quest’ultimo, credo) sia troppo forte da sopportare, anche per i più esperti. La voglia di rimanere lassù è sempre tantissima, ma il tempo a disposizione è limitato: presto la nostra mente sceglierà di nuovo la comodità della malga più a valle e noi non potremo fare altro che assecondarla.

Un aspetto interessante è, senza ombra di dubbio, la differenza tra chi raggiunge per la prima volta la quota più alta e chi, invece, sono ormai anni che d’estate (ma anche di inverno) si muove libero tra le cime di casa. Il primo, quasi sempre, ha a portata di mano uno smartphone o una macchina fotografica. Il desiderio di immortalare il momento è irresistibile e, appena dopo aver ripreso fiato, è portato ad estrarre il proprio arsenale e mettersi all’opera: selfie, panoramiche e live non sono rari da vedere. La bellezza è talmente tanta che non si può lasciarla lassù, ma si deve portare a casa, per quanto possibile. Questa voglia di fermare il tempo passa un poco alla volta. I più assidui frequentatori delle cime, infatti, comprendono la fugacità del momento e lo spazio che stanno vivendo, decidendo di tenerselo per loro, di custodirlo nello spirito.

La bellezza, a mio modo di vedere, sta nel fatto che ognuno, in base a dove si trova in quel momento nella propria vita, ha un’esperienza diversa della cima. La montagna offre all’uomo la possibilità di realizzare il suo desiderio di conquista, ma è proprio quando si raggiunge il punto più alto, quando lentamente si esaurisce questo desiderio, che il viaggiatore può finalmente lasciarsi conquistare a sua volta dalla vista che lo circonda.

Salire su una montagna è facile. La parte difficile è la discesa

Per chi non è mai stato su una cima, può sembrare un paradosso. Eppure è così: salire è decisamente più facile, rispetto a scendere. Non si tratta di qualcosa di fisico, piuttosto di qualcosa che ha a che fare con l’emotività di ognuno di noi.

Abbandonare l’alta quota significa, per forza di cose, tornare indietro, rientrare alla base, muoversi verso “casa”. Tuttavia, la montagna ha la capacità di farci mettere in discussione tutto questo; è in grado di porci domande difficili, di chiederci quale effettivamente sia la nostra “casa”. La sicurezza della quotidianità, a forza di salire sulle cime, può essere osservata e giudicata con una nuova prospettiva. Il gioco vale la candela? È davvero conveniente, in molti casi, sacrificare una parte della propria libertà per godere di una certezza? Sono quesiti difficili e profondi, dai quali si può giungere a conclusioni opposte.

Molto spesso, però, si vorrebbe restare in alto il più possibile, per cercare la risposta giusta e, quando inesorabilmente arriva il momento di tornare giù, lo zaino si appesantisce di queste perplessità. Scendere è più difficile non tanto per le gambe stanche, che hanno paura della lunga strada davanti a loro, ma piuttosto per ciò che si lascia indietro, per la consapevolezza che il proprio mondo è stato messo in discussione e che solo risalendo nuovamente, si potrà avere la possibilità di ricomporlo a dovere.

Per questo motivo, credo che il vero coraggio del montanaro non sia messo in mostra quando le mura di casa vengono abbandonate a favore del sentiero, ma quando le proprie emozioni vengono lasciate in custodia alle alte quote, che le tengono prigioniere fino al viaggio successivo. Specialmente dopo percorsi molto lunghi, il corpo ha bisogno di riposo, ma lo spirito non vuole fermarsi. Finita un’escursione si pianifica già la prossima, perchè ci sono così tante montagne da vedere, così tante cime da raggiungere, così tante opportunità di trovare le risposte che si va cercando.

Salire è facile, scendere è difficile. La cima è un’altra cosa.

 

Articolo di Daniel Zanatta

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Redazione Zaino in Viaggio

I viaggi sono la nostra più grande passione. Basta uno zaino, un biglietto aereo, una fotocamera e via, si parte.

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