Il tempo in viaggio è il tempo della felicità

Vi è mai capitato di tornare da un viaggio e percepire una sensazione strana, come se fosse passato più tempo di quanto, in realtà, ne sia trascorso? Oppure di essere a casa un paio di giorni e sentirvi completamente rigenerati dallo stress della vita quotidiana? O ancora, di vedere il sabato che trascorre lentamente e la domenica che vola via ancora prima di viverla? La percezione che abbiamo del tempo è uno degli aspetti, a nostro avviso, più interessanti su cui riflettere. Di fatto, ogni giorno ha 24 ore. Allora, come mai capita che alcuni di questi sembra ne possiedano il doppio ed altri la metà? E soprattutto, perchè la dilatazione temporale avviene proprio durante un viaggio? Sono alcune delle domande alle quali cercheremo di rispondere nella riflessione di oggi. Prima di cominciare, vogliamo ricordarvi che queste sono puramente delle considerazioni personali, che non vogliono assolutamente far passare come verità assoluta. Anzi, siamo molto contenti di confrontarci con ciò che voi pensate a riguardo e sarebbe bellissimo far nascere una discussione attorno a questo argomento. Detto questo, siamo pronti per iniziare questo viaggio all’interno del tempo e della sua percezione.

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Il nuovo allunga il tempo

Quando si sentono le persone affermare che “dai quaranta ai cinquanta è un attimo”, non si tratta solamente di un detto. A livello psichico, il lasso di tempo è molto inferiore rispetto ai primi decenni della nostra vita. Come mai accade ciò? La motivazione sta nel concetto di “novità”.

Quando nasciamo, l’intero mondo è nuovo. Non conosciamo nulla e ogni singola esperienza si presenta come una ventata di aria fresca a quelle che sono le nostre non-abitudini. La routine ancora non esiste e il bambino vive in una costante innovazione, in una continua scoperta di qualcosa che prima non c’era. Con il passare del tempo, però, si iniziano ad apprendere regole, consuetudini e, più in generale, il funzionamento delle cose. Questo fatto va a solidificare, piano piano, delle azioni costituite da causa ed effetto, che si integrano all’interno del modo di percepire l’esterno e che consentono di mettere ordine al caos della vita. Man mano che gli anni passano, esse si calcificano e aumentano di numero. Ciò comporta l’acquisto di una grande varietà di strutture che regolano la propria esistenza, lasciando sempre meno spazio alla novità. È anche per questo motivo che si sente spesso dire “ormai non cambierà più”, riferito alle persone più avanti con l’età. Il cambiamento, il nuovo, diventa sempre più difficile.

Questa grande routine che diventa la quotidianità velocizza il tempo psichico. Se ogni giorno è uguale all’altro, dopotutto, si può dire di avere effettivamente vissuto più di ventiquattro ore? Secondo noi, la risposta è negativa. Il tempo percepito ha più importanza per noi e la nostra felicità, rispetto a quello fisico.

La correlazione con il viaggio, a questo punto, è chiara.

Viaggiare e visitare posti diversi dal solito introduce nuovamente la dimensione perduta da bambini. Il muovere i primi passi in un’altra città è un po’ come iniziare da capo: non si conoscono le strade, le consuetudini e persino il cibo può rappresentare qualcosa di nuovo e diverso dal solito. In uno spazio simile è facile capire come il tempo psichico inizi a riprendere le sembianze che aveva quando eravamo bambini.

In altre parole, si può dire che viaggiare riporta alla giovinezza, grazie alle novità che questa attività porta con sé. Non è un caso, a nostro modo di vedere, che spesso i viaggiatori siano persone “dalla mente aperta”. Questo non solo perchè hanno incontrato tante città e culture diverse, ma anche e soprattutto perchè vivono un tempo psichico simile a quello dei bambini. A quell’età mancano i pregiudizi, la consuetudini e una statica visione del mondo: proprio gli aspetti riscontrabili in chi viaggia spesso.

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Viaggiare non è (solo) essere in vacanza

C’è una differenza anche a livello di tempo psichico tra il viaggiare e l’essere semplicemente in vacanza. Capita, infatti, che durante un ponte di qualche giorno si stia a casa. Avete mai notato che, in queste circostanze, il tempo sembra volare? La fine della giornata arriva prestissimo e ci si accorge di non aver fatto assolutamente nulla di nuovo, nulla di memorabile, niente che abbia rallentato il tempo. Ecco, questo, a nostro modo di vedere, è il tipico stato della vacanza. Simili percezioni si possono avere se si trascorrono le ferie estive nella tipica routine che prevede l’andare in spiaggia la mattina, rientrare per pranzo, e tornare nel pomeriggio. I primi giorni sembrano lenti, proprio perchè rappresentano una novità rispetto alla normalità, ma in poco tempo sembra che le giornate premano sull’acceleratore.

Al contrario, un viaggio itinerante, avventuroso, che prevede lo spostamento in tante località diverse e che non è fisso, ma che consente dei cambiamenti di programma dell’ultimo minuto viene spesso vissuto più intensamente. Ogni giorno è una sorpresa e spesso le ventiquattro ore sono così dense che sembrano molte di più. Ancora una volta, si vede come l’elemento del nuovo si presenti in maniera prepotente quando si parla di percezione temporale e come il viaggiare sia un ottimo esempio di questo fatto.

Con questa riflessione non vogliamo assolutamente criticare questo tipo di vacanza o avere uno sguardo negativo su chi ama il mare e non vede l’ora di partire questa estate per il suo hotel preferito. Crediamo che ogni viaggio sia valido e valga la pena di essere vissuto: stiamo solamente mettendo in luce quelle che, secondo noi, sono le motivazioni che inducono una modificata percezione del tempo. Siamo dell’idea che ognuno debba viaggiare COME DESIDERA. E noi non siamo nessuno per giudicare 😉

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Il viaggio è fatto di momenti brevi

Un altro aspetto per cui il tempo sembra passare più lentamente quando si è in viaggio, sta nel fatto che esso viene spezzato in tanti momenti brevi, piuttosto che in pochi blocchi di molte ore. Una semplice riflessione può aiutare a capire cosa vogliamo dire. Prendiamo una giornata tipo di una persona normale. Una volta alzati, ci si reca immediatamente al lavoro, dove si sta per circa 8 ore. Terminato questo blocco, si torna a casa, si pensa alla cena, si mangia e dopo poco tempo si va a dormire. Il mattino seguente si ripetono le medesime azioni e ciò prosegue per cinque o sei giorni di fila. È facile vedere come, in uno stile di vita simile, comune alla maggior parte delle persone, il tempo si restringa, poiché le attività portate avanti sono poche, rispetto al tempo che si dedica ad ognuna di esse.

Con il viaggio, invece, avviene esattamente il contrario. Vuoi perchè si visitano tanti monumenti diversi, perchè si alternano momenti di attesa a momenti di “azione” o, ancora, perchè c’è “sempre qualcosa da fare”, sta di fatto che la giornata viene scandagliata da molti blocchi di breve durata.

Il cambio continuo di attività costringe il cervello a rimanere attivo, ad essere sempre pronto ad affrontare e portare a termine la prossima azione, in un ciclo continuo che evita momenti di vuoto, sia a livello psichico, sia sul piano più propriamente pratico. Un esempio paradigmatico di ciò è costituito dai viaggi in giornata, spesso organizzati in gruppo. Vedere un’intera città in poche ore consente di espandere di molto la quantità di tempo percepita, proprio perchè il numero di attività è elevato.

Ci sono viaggiatori che amano uno stile “toccata e fuga” ed altri che, invece, preferiscono prendersi la calma necessaria ad assaporare tutto ciò che un luogo nuovo ha da offrire. Non esiste, secondo noi, un metodo giusto ed uno sbagliato per viaggiare, ma solo gusti personali, dettati talvolta da esigenze esterne. Il nostro consiglio è quello di provare entrambe queste metodologie, in modo da poter così capire quale si adatti meglio alla propria persona.

In altre parole, quante più attività si svolgono in una giornata, tanto più sembrerà che il tempo si stia dilatando.

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In viaggio siamo più vigili

Il quarto aspetto per cui mentre si viaggia sembra che il tempo passi più lentamente sta nel fatto che, quando si incontra il nuovo, si è molto più vigili del normale. Con questo non vogliamo dire che si sia in uno stato continuo di paura o che si stia cercando la prossima minaccia. Semplicemente, è innegabile che in una nuova città o su un cammino mai intrapreso prima, il cervello e il corpo siano pronti a scattare in caso di necessità. Ovviamente, non solo per eventi negativi. Lo stesso vale anche per nuove possibilità, come l’apertura di un nuovo museo o l’attesa per un’iniziativa particolare. Insomma, mentre si è in viaggio è difficile trovare un momento in cui il cervello non sia “sull’attenti” ed è anche per questa ragione che, a fine giornata, si è sempre molto più stanchi del normale.

Questo fatto è particolarmente vero se si sta parlando di trekking o escursionismo. L’affrontare un sentiero nuovo per la prima volta è un’esperienza davvero particolare, specialmente se lo si sta facendo da soli. Si ha sempre una sensazione di allerta, che man mano che il tempo passa si tramuta in calma e serenità.

Il bello dell’esplorazione, sia che essa avvenga in una città o immersi nel verde, sta proprio nel sentirsi vivi, vigili e pronti. È uno stato che la quotidianità spesso non ci consente di vivere, in quanto la routine tende a standardizzare le azione che compiano, rendendoci meno avvezzi al nuovo e all’impatto emotivo che porta con sé. Questo può, secondo noi, essere anche una valida spiegazione del perchè “le giornate eterne” sono caratterizzate da un gran numero di imprevisti: novità e tanti piccoli blocchi di tempo prendono il sopravvento sulla vita quotidiana, facendo sempre ventiquattro ore molto più lunghe.

Il tempo dell’orologio e quello della mente

Durante le giornate lavorative, spesso il ritmo è dettato dal tempo dell’orologio. Appuntamenti, riunioni, scadenze da rispettare e compiti da svolgere sono il metro usato per tenere traccia delle ore e dei giorni.

Quando si è in vacanza, in particolare quando si viaggia, invece, le cose sono ben diverse. Si mangia quando si ha fame, ci si alza quando non si ha più sonno e si dorme quando si è stanchi. Insomma, è il tempo della mente che viene rispettato, non quello delle lancette.

Purtroppo, per come è organizzata la struttura sociale in cui ci troviamo, non è facile far coincidere questi due tempi durante la vita quotidiana.

Quale prevale tra i due ritmi? Sicuramente il tempo del corpo e della mente. Per capire la verità di questa risposta basta pensare a quanto sia facile adattarsi ai ritmi vacanzieri e come possa essere difficile riprendere la routine dopo un paio di settimane di stacco. È palese che siamo programmati per seguire scansioni psichiche piuttosto che cronologiche ed è per questo che crediamo anche nel creare uno stile di vita in grado di supportare i ritmi dettati da noi stessi.

Un consiglio che ci sentiamo di dare è di guardare il meno possibile l’orologio quando si è in vacanza: si vedrà subito come il corpo, dopo qualche giorno, assumerà una nuova routine in maniera automatica. Si tratta di una bellissima pratica per ascoltare se stessi ed entrare più in sintonia con ciò che si è.

Conclusione

Siamo giunti alla fine di questa riflessione sul tempo. Abbiamo visto come, quando si è in viaggio, le giornate trascorrano molto più lentamente rispetto a quando si vive la quotidianità. Come detto, secondo noi questo è dovuto essenzialmente alla novità che l’esplorazione porta con sé, consentendoci di tornare in uno stato simile a quello dei bambini, che per la prima volta si trovano a contatto con il mondo. Non solo, quando ci muoviamo in un ambiente nuovo siamo molto più vigili e scattanti rispetto al normale: ciò elimina momenti di vuoto psichico, rendendo il flusso temporale più continuo e coeso. Infine, viaggiando si tende a fare più attività rispetto al normale e ciò taglia il tempo in molte più parti, risultando in una percezione dilatata delle giornate.

Queste sono le nostre riflessioni. Ora, però, siamo curiosi di sapere come voi vivete il tempo e come affrontate le giornate quando siete in viaggio. Avete qualche suggerimento per farle sembrare più lunghe? Fateci sapere!

 

Articolo di Daniel Zanatta

 

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